Festival della Bellezza di Verona – Alessandro Piperno mette a nudo l’animo di Proust

Alessandro Piperno è un critico letterario, editorialista del Corriere della Sera e stimato romanziere; è inoltre professore di Letteratura Francese all’Università di Roma.

Nell’incontro al Giardino Giusti, il Professor Piperno ha sviluppato con affetto e ironia alcuni aspetti della creazione della colossale opera di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto.Questo romanzo in cui la fine si riaggancia all’inizio, fu scritto tra il 1906 e il 1922 ed è composto da sette volumi, narrati in prima persona da un protagonista che spesso combacia con l’autore e con alcuni personaggi, anche se diversi elementi lasciano intendere che non si tratta di pura autobiografia.

Un’opera che si è sedimentata in Marcel tanto da divenire parte integrante della sua vita adulta, e in cui il lettore – quello che decide di avventurarsi nel testo e andare oltre le prime 30 pagine – può assistere all’evoluzione emotiva non solo dell’autore, ma di tutto il contesto storico che lo circonda. Quando il protagonista comincia a percepire nei piaceri terreni il riverbero della loro ineluttabile caducità, ecco che nasce lo struggimento del tempo perduto (perso, ma anche sprecato), della morte per stillicidio, ossessione del decadentismo a cui Proust viene inevitabilmente associato. Eppure, imbrigliare la Recherche in qualsiasi paradigma sarebbe riduttivo, in quanto in essa si intrecciano tutti le venature di un’epoca di incisive mutazioni storiche, sociali, culturali. Proust – ricco di famiglia, ebreo da parte di madre, asmatico e omosessuale – ha saputo convogliare queste vibrazioni prima in un raffinato senso del godimento mondano, poi, non senza coerenza, in una febbrile e incessante attività di scrittura che ha portato alla travagliata pubblicazione della Recherche,dapprima rifiutata, poi osannata.

Profondo e disincantato conoscitore di Marcel Proust, Alessandro Piperno ha sottolineato l’importanza che hanno per l’espressione artistica sia la capacità di vivere momenti felici, che la consapevolezza della loro natura effimera. Di fatto la felicità si altalena di continuo tra attesa e nostalgia, sfiorando appena il presente. Se durasse di più, perderebbe il suo valore. Da quando la consapevolezza della morte si annida nell’anima non la lascia più e comincia a depositare le sue spore di disagio, facendo al tempo stesso germogliare quella maturità che per la forma letteraria del romanzo è imprescindibile. L’arte si pone così, nello scorrere del tempo, come un appiglio cui aggrapparsi per concedere allo spirito un appagamento più duraturo. L’ ossessione di diventare scrittore, di esorcizzare lo sgretolarsi dell’esistenza attraverso l’arte, ha reso Proust un sublime interprete della propria vita e della propria morte e gli ha concesso la soddisfazione di riappropriarsi del tempo.

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